“Il Mondo Nuovo” di Bianconi è un pugno nello stomaco. Eppure, dopo averla ascoltata, ti crescono le ali sulle scapole e attraversi le tue stagioni, deducendo il futuro da ciò che è stato, intrecciando il tuo oggi con il punto semplice per principianti, perché l’esperienza che hai non è abbastanza. Il testo è una poesia che si chiama realtà, ma si fonde con le note che si susseguono come in un moto di cose intangibili che vorresti e rincorri, passando da una scena all’altra di ciò che è accaduto, dal grigio in cui spicca il rosso, all’azzurro in cui spicca il verde, dal buio in cui ti trovi, alla luce in cui ti perdi. Quando arrivano gli archi, la pelle è raggiunta, senti che esisti e la lacrima è lì che ti chiede: posso scivolare?

Attraverso la tv e gli altri mezzi di informazione, certi volti diventano familiari per la frequenza con cui li segui. Ero letteralmente innamorata di David Sassoli, per quella sua maniera così elegante di fare giornalismo e politica, per come alcune volte arrossiva, per quello sguardo che mi sembrava sempre onesto, riservato e di buon cuore. Leggere commenti oltraggiosi sulla scomparsa di un’anima di tale portata, che ha incarnato, non solo per me, un vero e proprio ideale di uomo, con tutte le lettere maiuscole, è segno di un degrado profondo ed irrecuperabile del genere umano.

Promemoria: tenere ben saldo fin dal principio, come presupposto del rispetto verso sé stessi, il bandolo della propria libertà, quando ci si ritrova a srotolarne il suo filo illogico, perché solo l’indipendenza da qualsiasi forma di condizionamento e bisogno, può accendere nella testa, nel cuore e nella pancia, quel barlume attraverso cui ci si rende conto di quanto sia delittuosa l’insistenza perpetua di certe litanie.

Ma che meraviglia è questa poesia di Eugenio Montale? Che meraviglia è? Come si fa a sostenerla? Come si fa a vivere senza tremare, quando esistono queste prove di esistenza, come si fa a pensare che il futuro sarà privo di emozione, se abbiamo già tutto questo bagaglio ad insegnarci la bellezza dei giorni, compreso il loro dolore!

So che si può vivere non esistendo, emersi da una quinta, da un fondale, da un fuori che non c’è se mai nessuno l’ha veduto. So che si può esistere non vivendo, con radici strappate da ogni vento se anche non muove foglia e non un soffio increspa l’acqua su cui s’affaccia il tuo salone. So che non c’è magia di filtro o d’infusione che possano spiegare come di te s’azzufino dita e capelli, come il tuo riso esploda nel suo ringraziamento al minuscolo dio a cui ti affidi, d’ora in ora diverso, e ne diffidi. So che mai ti sei posta il come – il dove – il perché, pigramente rassegnata al non importa, al non so quando o quanto, assorta in un oscuro germinale di larve e arborescenze. So che quello che afferri, oggetto o mano, penna o portacenere, brucia e non se n’accorge, né te n’avvedi tu animale innocente inconsapevole di essere un perno e uno sfacelo, un’ombra e una sostanza, un raggio che si oscura. So che si può vivere nel fuochetto di paglia dell’emulazione senza che dalla tua fronte dispaia il segno timbrato da Chi volle tu fossi…e se ne pentì.

Ora,
uscita sul terrazzo, annaffi i fiori, scuoti lo scheletro dell’albero di Natale, ti accompagna in sordina il mangianastri, torni indietro, allo specchio ti dispiaci, ti getti a terra, con lo straccio scrosti
dal pavimento le orme degli intrusi.
Erano tanti e il più impresentabile di tutti perché gli altri almeno parlano,
io, a bocca chiusa.

Il mio tempo

Partirò dalla chiesa in cui ho indossato il timore di un segreto
e capirò di averlo toccato,
il mio tempo,
sulla tua bocca e sotto le trame ricamate dalla mia indole.
Come incanto tra pagine in attesa,
tra le corsie e le tempere del sogno,
lo ritroverò,
il mio tempo.
Sulle scale dei tuoi ingressi ne riempirò una sacca.
Scoprirò quello nascosto tra i sospetti
e riprenderò quello lasciato nei tuoi campi, dove avevi seminato soltanto indifferenza.
Poi,
l’attimo,
isolato nel rimpianto,
lo chiuderò nella dispensa,
dove fiuto gli aromi in cui ho infuso i miei inverni.
E se sentirò più caldo,
allora,
sarò certa di non averlo mai perduto,
il mio tempo.
Ero, sono,
e forse anche domani.

Pubblicazione Rivista Letteraria Ellin Selae – Pubblicazione Silloge Immune, LEBEG Aletti Editore.