Trenta settembre duemilaventuno. Gambe nude e pioggia. È l’ora dell’argento che profuma del cuore della terra. Pozzanghere sull’asfalto e sui terrazzi si sommano ai nostri due mari: specchiamoci e saltiamoci dentro, anche se ci daranno per matte.

Di grazia, un’altra cometa. 

Sui vetri gli schizzi d’acqua e, distanti da me, fragori. Un costante tremore dell’aria e il rumore del vuoto, fuori, sembrano reattori in volo.

Manca il silenzio, che non risponde all’appello di tutti i sogni maestri.

Non so bene cosa desiderare per l’universo, poiché la speranza partecipa ad una gara di corsa ad ostacoli che pare non abbia bandiera d’arrivo, come fosse stata già persa in partenza.

Non sarebbe male alzare la testa e rimanere stupiti da una seconda cometa che guida. 

[…] Ma è prorio vero che chiodo schiaccia chiodo? Secondo me un chiodo bisogna dapprima estrarlo, poi riempire con lo stucco il vuoto che ha lasciato e, infine, proprio se serve, martellarne un altro. Certo dipende dal modello dei chiodi e dalla tenerezza del muro, ma arriverà l’ora d’arrendersi se il chiodo è fisso. […]

[…] Definirò “luna che mai avrei potuto pretendere”, il mio perenne e prediletto miraggio. Soltanto un invisibile poema, scritto di un inchiostro latteo, verso di lei può viaggiare. Bianco su bianco, affinché si comprenda che non erano poi tanto diversi dai tuoi, quegli ineluttabili propositi che da me più non t’aspetti. […]