O10

In questo momento, mentre ho messo cubi irregolari di zucca a bollire in pentola, penso alle porte, a quelle che non si chiuderanno mai. Non credo sia solo una questione di passe-partout. Il più delle volte non facciamo altro che accostarle. Ci illudiamo, spesso, di essere riusciti a serrarle, ma poi arriva l’ora di volerle sfondarle a calci, dopo aver trascorso almeno una notte ed un giorno raccolti sull’uscio, con un si ed un no che rigiriamo tra le dita.
Riempiamo intere stanze e poi le chiudiamo.
Lo spazio serve libero.
Le occupazioni utili sono diverse da quelle che consistono nel sospendere cose, cose e ancora cose, come legami indefiniti che ti inseguono nascondendosi alle tue spalle o camminandoti sulla testa come una ghigliottina oppure , con insistenza, accanto, come un bastone a cui ti appoggi finché, claudicante, ne hai bisogno.
Bisogno.
Tra le prime parole studiate in Economia. Parola che offusca, come la nebbia di questa mattina, il reale significato di un’altra mano, che non sia invisibile, nella tua, di mano.
Succede pure che, senza accorgercene, dietro le porte chiuse da altri, ci siamo noi. Ogni tanto bussiamo e con pazienza certosina restiamo in attesa tra quattro mura, a guardarci le nocche, lasciando che siano altri a calcolare un perimetro lungo il quale ci consumiamo senza pensare che, talvolta, la soluzione è semplicemente nell’altezza.