IO E LA SCRITTURA

Credo che, se dovessi scrivere per un “fine”, non potrei dire di amare la scrittura. Se dovessi scrivere per ottenere riconoscimenti, potrei certamente affermare di voler vivere un mondo al quale la mia scrittura non appartiene. Se l’atto dello scrivere dovesse addirittura arrivare, inconsapevolmente, a definirmi scrittrice, escludendo ciò che altro sono, farei di tutto per non scrivere più. Dire “faccio” la scrittrice non è neppure come dire “sono” una scrittrice. C’è un’enorme differenza. Per me l’atto dello scrivere ha una tale importanza che spesso preferisco mantenere private le mie pagine. Un po’ come quando vuoi pregare davvero e lo vuoi fare, affinché quel gesto sia il più profondo e vero possibile, in assoluta solitudine. Ogni verbo ed ogni aggettivo, pur avendo definizioni sui vocabolari, ha talmente tanti significati soggettivi e, per questo, privati, che non riuscirei a semplificare il perché metto nero su bianco. Non scrivo sempre. Posso dire che sento e guardo ininterrottamente e per questo non smetto di pensare. La scrittura è un mezzo per rispettare i miei pensieri, per dare prova che essi sono esistiti. Non starei a scrivere neppure tutto il giorno o tutti i giorni, perché mi priverei di gioie e dolori irripetibili. Mi fa sentire più libera la consapevolezza di “creare” nel luogo che abito e curo come meglio posso, che l’obiettivo di “produrre” a qualsiasi “costo” senza null’altro riconoscere che la mia “passione/ossessione”.
Posso dire che non mi sento in alcun modo condizionata dalla scrittura. Se scrivo sono felice, se non scrivo lo sono ugualmente. Questo probabilmente accade perché io né “sono”, né “faccio”, la scrittrice.
Se ciò che che facciamo ci libera senza imporci rinunce, attraverso quel fare, riconosciamo ciò che siamo, ciò che abbiamo e ciò che sarebbe peccato perdere.