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Una signora dalla piccola statura e con le tibie curve attraversa la strada con un vassoio traballante, coperto da un canovaccio a quadri gialli e blu. I suoi passi sono brevissimi, ma pestano l’asfalto, veloci, come se fosse il ritardo a rincorrerli. Non riesco a descrivere l’espressione che vedo sul volto di quella donna.
Al limite, dico che è come se portasse un cuore nel ghiaccio. Basta questa immagine per concludere come ieri l’importanza del “Fare da mangiare” delle nostre nonne e delle nostre madri fosse per loro una funzione salvavita. Tuttavia, se ci penso, dovrebbe essere proprio così, è così che si sopravvive. Lasciandosi nutrire. In tutti i sensi. Il verbo imboccare cosa può significare se non il sinonimo del verbo amare?
È una vocazione anche questa.
Voglio dire che tutti saremmo in grado di masticare e di mescolare, ma in pochissimi sapremmo condurre il cibo alla bocca di qualcuno. Oggi sembra che anche questo pesi, forse perché sono rimasti in pochi a riconoscere, nel piatto che hanno sotto il mento, un universo di attenzioni.
L’universo. Io ricordo quello racchiuso nella bottega di compare Peppe ad esempio, con i sacchi di legumi e cereali che spiavo dai vetri prima di entrarci, immaginando che avessero occhi e bocche.
Ci sono donne che da una casa all’altra, da una sponda all’altra della strada, portano ancora una pentola come un prezioso e si tramandano il valore del buongiorno e dell’arrivederci proprio come in quelle botteghe in cui la fiducia te la impacchettano insieme a quello che ti serve.