IO E LA FOTOGRAFIA (2)

Non riesco a definire la mia fotografia, ma vorrei che fosse appena nata, come non ancora detta o come non ancora fatta; come diversamente concepita, a partire dal suo scopo, che spesso è quello di passare accanto invisibile, ma altre volte è quello di scontrare, chiedendo umilmente scusa.
Vorrei che fosse uno spiraglio, una possibilità oppure l’assoluta consapevolezza che i limiti sono i miei e non i contorni di chi non riesce a tradurmi.
Ora studio la luce, con la speranza di riuscire a seguirla, ma soprattutto con la promessa di attenderla. Se dici che la mia fotografia è considerabile un linguaggio, sento di argomentare in solitudine e più che di pensiero, parlerei di senso, dal primo al quinto. In estrema ipotesi la mia fotografia è un atto intimo, un sorriso, un urlo, un pianto, un soffio, una denuncia, oppure pellicola abortita. Definizioni ambiziose, hai ragione. È comunque sempre una mossa, un movimento d’arti e parti che mai anticipo di intenti. Respingo semmai, come tutte le azioni che nascono da un’esigenza primordiale. È quasi un’energia del mondo circostante che mi sottrae all’altro e si impone, dirige, detta, catturandomi a strumento con un “fermami adesso, rendimi immortale”.
Tu dici, invece, “mortale”. Sì, forse è pateticamente mortale il mio viaggio fatto di numerose ed estenuanti fermate. Sono passi dati a terra, non certamente voli. Ma seppure il vicolo fosse cieco, implorerei per un miracolo prima di voltarmi e tornare indietro con lo stupore, unito al timore, di colui che quella strada non l’ha percorsa ancora.

[…] Notte. Anticamera di un pezzetto del futuro. Imparo anche dormendo, dalle preghiere involontarie, dai sogni che non sono mai belli oltre la realtà. La notte non passa senza il mio permesso. È un tempo che non oso perdere per riposare l’inquietudine. Cosa direbbero le stelle, guardiane del buio, se non destinassi il loro brillare ai miei occhi. L’obiettivo fa di esse pagliuzze. Le fisso, ma scatto in movimento per vederne la scia, come fossero tutte cadenti, e non perché infiniti siano i desideri, giacché anche le stelle hanno bisogno di essere toccate o di penetrare come spermatozoi nel cuore risalito.
Un pezzetto di futuro è domani.
C’è chi mi commuove ed apro la gabbia alle parole solo in questo caso, lasciando trasparire quello che sono, con la convinzione di voler diventare altra. Penso ai baratti in un tempo che è fuggente, eppure dalla natura eterna e che può dirsi sacro.
Posso scrivere di questo: di un minuto che resta se è vero. Di un andare che si lascia definire storia se ci contiene.
L’amore dovrebbe chiamarsi Servitore.
Nome che ha tutto dentro, compresa la sfortuna di essere stato spogliato della sua libertà, essendo noi schiavi di tutt’altro.
Questa evidenza, che si genera e rigenera nel tempo, è un cordone inspiegabile che ha il valore dell’ultimo numero, dorato e verde come la rete che ci tiene, che tiene il mio bene stretto a te. Dormi ora.[…]

© Rita Lettino