O19

La mia vista non è perfetta.
Qualche compagno mi chiamava quattrocchi quando ero una bambina, ma non ne soffrivo. Sono miope e non riesco a mettere a fuoco ad un palmo dal mio naso. È da allora che vedo esattamente come preferisco fotografare: con il desiderio di non correggere un difetto, rispettando almeno in parte la mia realtà visiva che, senza lenti, è un’altra. È così che è nato il mio interesse: dalla necessità di avvicinarmi il più possibile per condurre ai miei occhi quasi tutto e senza servirmi di miglioramenti, di qualcosa, vale a dire, che nascondesse la mia natura originaria. Un bisogno incomprensibile. Lo so. Ma è per questo motivo che la profondità di campo non mi fa impazzire, seppure essa sia un parametro per giudicare la qualità di una fotografia. Ecco perché scelgo aperture diverse. Non essendo una professionista posso correre il rischio, come tutte le persone libere, di non osservare le regole e posso permettermi di fotografare anche soltanto circoli di confusione. La loro magia introduce in un mondo fantastico. Inquadrare un punto, offuscando il resto, non significa sempre e soltanto incapacità di scattare tecnicamente una buona fotografia, ma è l’azione più umana ed onesta di abbandonarsi ad un’emozione. Significa attribuire al campo la funzione materna di un abbraccio, di una culla, che accoglie il soggetto di cui è arrivato il momento di accorgermi.
Fotografare. Ad un certo punto della mia vita ho compreso che non sono mai stata sola. Ho scoperto l’esistenza dell’universo intorno a me. Se penso all’identità, all’utilità, all’intimità, alla verità, al simbolismo, alla materia, sposto la prospettiva e quello che guardo pensando che non si muova, diventa ciò che smuove e spinge a bloccare un’immagine nel bel mezzo di un terremoto dell’anima.

Lo strato delle nubi non mi vuole minacciare con le sue misteriose gradazioni di rosso sciolto nell’indaco dell’universo.
L’aria è eccezionalmente gelida per questa stagione e brucia le narici che raramente la respirano a bassa quota. Anche le mani non riescono a muoversi nelle tasche buie dove stringono, fermo, il tempo. Resto a guardare questo cielo, spogliata delle mie ordinarie cogitazioni, perché so che è l’incisione di una realtà che non si ripeterà mai più, a dispetto delle dissacranti imprese umane di replicarne il gene.

© Rita Lettino

Sarebbe meno rischioso ripararsi al buio, allo scuro di un’opera, di un volto, di una parola, di una strada, di un pregio o di un difetto, dell’ennesimo limite o della vanagloria.
È debordante la rivelazione come raggelante è accorgersi di non possedere il sangue che serve o desiderare di vivere al pari di quanto lo sarebbe morire.
Ma esiste la luce, a due passi dalla verità presidiata.
Il silenzio si veste di logica balorda, per imprimere un segno, per indicare un senso che sia diverso dal tacere assolutamente vuoto di bene.
Dunque riciclo la tara e ritaglio questo mio fare che è un agire senza imposizione e non mi chiedo se il risultato sarà un valore.
La generosità rende in coscienza, ma quando diamo, ciò che avanza è poco per continuare ad essere.
Ad ogni modo, nonché in un tempo cronometrato, racimolate sono le forze; rinnovati il profumo, il liquido, il saluto, il resoconto; riscritto è anche il nome, al netto di permutazione.
Si può rimanere, coraggio.
Ma non allo scuro del fondo. Valanga e pozzo.

© Rita Lettino