[…] Soltanto alcune parole sanno come prendermi. Loro neppure mi ricorrono. Sono io che vado a trovarle e quelle non si sottraggono. D’altra parte le parole di cui parlo, mi aspettano, e amano il modo lento che ho di pronunciarle. Soprattutto di pensarle quando sto zitta. Quando sto zitta, è con quelle che scherzo, che discuto, che piango, che vivo. Certe volte si mettono in fila come una cantilena e certe volte bisticciano per un filo di voce.[…]

Chi avresti voluto ch’io fossi?

Dimmi, chi avresti voluto che’io fossi? Di quali tessuti avrei dovuto coprirmi? Quali nomi avresti voluto mi fossero stati dati? Quale pelle e quali capelli? Con quale colore negli occhi avrei dovuto guardarti? Con quale voce avresti potuto ascoltarmi e quale lingua avrei dovuto imparare? Cosa i miei denti scelto di masticare? Quali sogni e trascorsi avrei dovuto raccontare? Quali disavventure tacere? Dimmi, quale età avrei dovuto avere? Da quale stirpe provenire? Quali ideali dovuto perseguire affinché garantita potesse essere la tua giustizia, perché inviolata rimanesse la tua legge, e del tuo stato la metamorfosi non cagionata? Dimmi, tu chi sei per sentenziare che chi ti implora non è abbastanza? Che non si può raggiungere la tua terra, che non si può universalmente acquisire il diritto di starci, se alle mie domande hai risposto il contrario di ciò che non vedi e sono? Se il tuo è un luogo di pace, che sia anche il mio luogo di pace. Si è liberi per eccellenza quando si è capaci di amare. Ti sembrerà assurdo, ma la follia di un sentimento rende ragionevole ogni parola e gesto, con le braccia aperte e i “non ti preoccupare“, con i “ci sono io per te“, e i “non ti lascerò morire“.