Sarà uno spreco di fiato spiegare a chi fissa la pietra senza seguire la traiettoria del lancio, a chi conta il numero dei salti senza essere pronto a tuffarsi per vedere dove il sasso si posa. Soffio bolle per far viaggiare la luce. Tiro dardi senza bersaglio. Appendo note come farei con un quadro. E allora? Il mio tentativo è soltanto quello di ancorare l’inizio, di ricordare il mio sguardo, imbottigliando qualcosa che lasci un indizio. Musica e immagine non subiscono il mio irrispettoso arresto, né vive in me pretesa che quei secondi si definiscano arte. Vorrei assicurare che poi si continua, perché quelle procedono nel loro incontenibile spazio. Come curereste voi la febbre? Come riempireste il crepaccio? Come convincereste il tempo che vuole liberarsi, a restare? Come fareste a non perderlo? Come nutrireste la forza che ci muove? Che si lasci dunque ad ognuno la propria maniera.
Cosa volete che me ne importi del come e del quando? Mi chiedo insistentemente il perché delle soste;di talune carezze;i motivi per cui mi commuove il primo passo;il pensiero di partire;quella posa; l’odore della menta infuso nell’acqua;un fiore in penombra;l’assenza del coraggio;l’immaginazione che si fa reale. Continuerei l’elenco all’infinito, ma riassumo tutto nel mio che si trasforma nel tuo. E viceversa. È un diritto, ma è anche un dovere.
Bisognerebbe imparare a frenare la lingua quando è il momento opportuno, scalare di marcia nelle vicinanze dell’altro, nei pressi della possibilità di un desiderio. Anzi ancor prima. Dovremmo saper fiutare la presenza di chi noi non siamo, senza neppure vedere chi c’è. Dovremmo dotarci di quel senso che rende indubbiamente superiori gli animali, almeno provarci. Il vero tatto non è toccare, ma intuire l’istante di agire. Bisognerebbe esercitarsi alla percezione della delicatezza, al rispetto dell’attenzione con la quale si prepara per gli altri una stanza al cui uscio non vi è né obbligo di entrata, né divieto d’accesso, né calcolo di pedaggio.

Almeno una preghiera

Dio non voglia che l’Essere definito inutile possa rivalersi un giorno su chi lo abbia, per qualsiasi motivo, in tal modo classificato.

Dio non permetta a coloro ai quali le spalle sono state voltate, di potersi vendicare sulle anime che hanno loro negato appoggio.

Dio accolga, se può, la preghiera di chi trova rifugio in un angolo di mondo interiore, di chi mendica sulla strada o tra le mura e inietti nelle sue vene vigore e fiducia nel Cielo.

Dio conceda ad ognuno, senza esclusione, la facoltà di comprendere e non di escludere, di immedesimarsi e non di giudicare.

Che il D(io) d’ognuno sia riconoscibile attraverso uno sguardo semplice, perché nelle forme di ciascuna vita, come nelle forme d’ogni arte, il perdono che si riesce tanto a supplicare quanto a concedere, resta il mistero più alto e divino.