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Dovremmo riconoscere di cosa siamo fatti davvero, invece di promuovere l’idea che abbiamo di noi stessi. Dovremmo avere il coraggio di ammettere che siamo fatti di malerba che non riusciamo ad estirpare, ma anche di infrequenti infiorescenze che, al contrario, recidiamo. Dovremmo ammettere di non essere integri, di contenere dolori indomabili che ci rendono inaccessibili e gioie irripetibili che ci trasformano in invincibili. Siamo una piantagione da innaffiare e da concimare anche di letame se necessario.
Dentro di noi crescono foglie che lasciamo cadere e maturano frutti che offriamo a fine pasto gratuitamente, addomestichiamo vermi che ci abitano, come fossero una compagnia dalla quale non riusciremmo neppure a separarci.
Dentro di noi ci sono deserti in cui i nostri passi affondano, in cui affondano pure le gambe degli altri, morendo assetate se non arrivano alle nostre labbra, alle nostre lacrime. Penso che sia per questo motivo che piangiamo: per lasciare che del nostro pianto si abbeverino coloro che sono aridi.
Siamo sistemi rocciosi stratificati.
Foreste incontaminate nelle quali pochi hanno il coraggio di addentrarsi, ma dove talvolta l’imposizione di un divieto di caccia è l’unico modo per salvarsi. L’esplorazione spesso si riduce ad una irriverente invasione oppure ad un colpo che massacra. In tal caso l’occasione è per sempre perduta. Bisognerebbe lasciarsi riempire gli occhi di una bellezza mai vista che toglie il fiato, fosse anche una foce, un ruscello, una ninfa, un miracolo, un paradiso, un sorriso che rinfresca oppure riscalda nelle stagioni in cui si è convinti di essere onnipotenti.

Dovremmo sempre essere grati alle parole che si mettono al nostro servizio per esprimere parte di quello che siamo. Con le parole facciamo in modo di trasferire i pensieri, le reazioni, i timori, i sentimenti e chi più ne ha, più ne metta.
Non si discute sull’utilità delle parole che sono diventate talmente tante, a partire dai primordiali suoni  australopitetici, che difficilmente ci si trova nell’incapacitá di recuperarne in qualunque situazione. I casi in cui si resta senza parole sono estremi e succede quando la gioia ed il dolore oppure l’incredulitá e lo smarrimento, ci travolgono, sottraendoci la proprietà di linguaggio.
Può accadere, d’altra parte, che arrivi un preciso momento in cui ci rendiamo conto che le parole non servono più.
Non serve cioè comunicare, non serve esprimersi, non serve adoperare parole che sarebbe un peccato sprecare. Prendiamo cioè coscienza del fatto che è inutile ostinarsi a trasmetterle, poiché nel vuoto assoluto, dove non c’è traccia di alcuna molecola, il suono ahimè, non si propaga e non si propaga.

Promemoria:
1. Anticipare sarebbe meglio che rimandare in molti casi.
2. Precedere sarebbe meglio che seguire in molti casi.
3. Stupire sarebbe meglio che annoiare in tutti i casi.
4. Creare sarebbe meglio che copiare in tutti i casi.
5. Esprimersi sarebbe meglio che tacere in molti casi.
6. Difendersi sarebbe meglio che colpire in tutti i casi.
7. Pregare sarebbe meglio che odiare in tutti i casi.
8. Camminare sarebbe meglio che correre in molti casi.
9. Curare sarebbe meglio che affliggere in tutti i casi.
10. Rivalutare sarebbe meglio che scontare in molti casi.
11. Dubitare sarebbe meglio che credere in molti casi.
12. Cercare sarebbe meglio che nascondere in molti casi.
13. Spogliarsi sarebbe meglio che vergognarsi in molti casi.
14. Progettare sarebbe meglio che ricordare in molti casi.
15. Agire sarebbe meglio che sognare in molti casi.

Elenco numerato non definitivo.

Promemoria: non avere un fine, ma assaporare l’attraverso. Al limite, anche esserlo. È bontà. Attraverso: oltreché verbo e avverbio, soprattutto preposizione, per me, dal significato tanto misterioso quanto generoso. Termine portentoso, la cui pronuncia è ammaliante, il cui suono duro inizia a vibrare tra i denti e scivola presto, e da muro si apre in varco. L’attraverso è ciò che sempre cerco: una possibilità.