[…] “Forse diventiamo definitivamente mortali quando raggiungiamo ciò per cui siamo stati creati, quando finalmente riusciamo a realizzare il senso, che spesso sosteniamo sia incomprensibile, della nostra esistenza. Forse, fino ad allora, si nasce e si muore più di una volta e, ogni volta, ci avviciniamo al compimento della missione per la quale siamo stati fortemente voluti, qualsiasi sia stato il motivo del non essere stati abortiti. Si dice che le nostre vite siano ricomprese in un ampio “disegno” divino. Forse ogni nostra vita è una piastrina, un tassello verso la realizzazione di un mosaico, verso la composizione di un’opera d’arte unica ed irripetibile. Forse ogni nostra vita è un passo (s)offerto e solo quando al termine del cammino o della corsa, a seconda dei casi, ci sventoleranno la bandiera a scacchi e ci consegneranno l’oro che avremo vinto anche solo per non esserci rifiutati di partecipare, ci ringrazieranno perché qualcosa avremo contribuito a migliorare ed allora si potrà morire davvero, restando immortale di noi il ricordo e l’insegnamento. E forse quando sarà compiuto il nostro destino, approderemo gridando anche noi, come esploratori della nostra anima, “terra, terra, terra”. Sarà la terra di colore azzurro.
Forse sarà quella la vita. Voglio dire che forse morte e vita si capolgeranno e nell’attimo in cui chiuderemo gli occhi, sarà esattamente quello l’attimo in cui da un’altra parte li apriremo, rinascendo da un utero che per ora è solo mistero”. […]