Mi manchi più di ogni altra cosa e persona. Mi manchi fisicamente, mi mancano i tuoi occhi, le tue mani e le tue parole ripetute, il tuo odore, i tuoi piccoli passi. Mi manchi alla mia sinistra quando mangio da mamma, e mi manca il fatto che non passerò più intere giornate con te, nonostante la stanchezza di quei giorni, dovuta al fatto che non riuscivo a consolarti. Mi manca il tuo saluto e la tua attesa alla finestra o la tua supplica quando mi dicevi di non andare via. Mi mancano i tuoi respiri di rassegnazione alla vita, il tuo sguardo impaurito e le tue sopracciglia espressive di qualcosa che non ti andava bene. Mi manca la tua attenzione, quel tuo voler sapere sempre la verità su come mi sentivo. Mi manca il tuo sospetto quando dubitavi delle mie risposte. Mi manca egoisticamente persino vederti costretta immobile e silenziosa nel tuo letto.
Lo so che tu non abbandoni, perché sai perfettamente cosa vuol dire subire un distacco. Lo so che sei sempre presente, tu non sei con me, sei in me. Certi giorni però me ne dimentico ancora che ti hanno portata via, anche se come una piccola regina. So che non siamo solo corpo, che non siamo soltanto involucro. So che l’anima non muore anche quando ce la strappano, la maltrattano, la deridono, la rubano. Lo so che sei la mia immortale grandepiccola, ma a me manca toccarti, vederti e sentirti. Mi manca tutto ciò che di te era materia. Non smetto di dare il mio tempo al tempo, ma so che questa percezione farà fatica a mutare. Quando scompare una persona che quando ti accarezza è come se fosse la mano di Dio a farlo, e sulla quale non hai mai avuto un solo misero dubbio che ti potesse amare, quella stessa persona involontariamente si porta via parte di te. Forse si porta via quel poco di buono che c’è o forse si porta via tutto il marcio che c’è per liberarti, per salvarti, cambiandondoti in meglio. Questo devo ancora capirlo.
Chiedersi il perché di certi eventi, soprattutto naturali, serve solo a esaurire le forze. Forse bisogna continuare solo a gustare tutto quello che di dolce c’è, proprio come mia nonna ha fatto fino alla fine dei suoi giorni. E magari adesso mi consola il fatto di immaginarti proprio così, che scarti come una bambina la tua prima caramella, alla ricerca della dolcezza infinita. 

Per la grammatica italiana amore è una parola astratta, vale a dire non percepibile con i sensi. Io invece, che fino a ieri sono stata una sognatrice, ho sempre creduto, al contrario, che non vi fosse parola più concreta di questa. L’amore è manifestazione ed è percepito con tutti e 5 i sensi quando c’è. Quando c’è! Non si ha bisogno di farsi domande sulla sua esistenza quando c’è, quando è vero, quando lo si riceve. Non si hanno dubbi. Ed è così concreto che quando c’è lo vedono tutti, anche quando si cerca di nasconderlo. Perché l’amore si vede e basta. Si riconosce. È presenza. E non è questione di discrezione. E poi l’amore non ha paura, non ha paura di essere ridicolo se si mostra. E poi l’amore è cura e dedizione, è imparare, se non la si conosce, la lingua dell’altro, è perdita del sonno, è la stessa carne, e se non respiri tu, neppure io posso respirare. Questo è. Se tu non vivi, neppure io vivo. L’amore è coraggioso. Deve salvare. Deve salvare. Deve salvare. Questo è. Tutto il resto è astrazione.

Tutto il resto è grammatica. Tutto il resto neppure è amore. E neppure è parola.

È chiacchiera.

È davvero più facile lasciare che certe parole, pronunciate con un certo sguardo e lasciate ingigantirsi in certi silenzi feriscano irreversibilmente, invece di dire altro e diversamente o, al limite, di fare qualsiasi altra cosa che impedisca la trasformazione di quel momento nella certezza assoluta che ciò che si sta ricevendo non sia amore?