© Rita Lettino

Lo so. Non si abbandona il mare solo perché il vento lo agita. Non è questione di timore infondato. È che non puoi entrarci, altrimenti ti travolge con il suo impeto. La tua forza è inferiore alla sua. Allora quand’è così semplicemente lo contemplo, senza pavoneggiarmi ad Afrodite, ci mancherebbe, bagnandomi della sua spuma appena, sfiorandoci entrambi, amandoci così che è più profondamente di quando si è totalmente immersi l’una nell’altro. Ed il suo infrangersi non è che la sua libertà di non volere che lo si navighi. Una libertà che non coincide con l’intenzione di restare solo, ma con la preghiera di essere rispettato.

Il novecento sembra lontanissimo eppure è dietro la porta se si traccia sulla linea del tempo dall’inizio dei tempi. Il disumano fascismo, i conflitti mondiali. C’erano folle adulatrici di Mussolini e partigiani e partigiane che invece si opponevano al regime lasciandosi anche chiudere nelle carceri. La mafia che intanto forse proprio in quel periodo di fine guerra prendeva piede tra la Sicilia e l’America. La politica che non ci ha mai aiutati come avrebbe dovuto. Nasceva la Repubblica ma il popolo è sempre stato, più o meno, gregge dai Vangeli ad oggi. Falcone non aveva paura di estirpare alla radice un’erba infestante come poche. Uomini che hanno fatto fuori altri uomini da sempre. Dalle crociate ed ancor prima di esse. Ancor prima dei roghi incomprensibili e ingiustificabili. Sono misera nel senso di povera. Nel senso che non ho strumenti per urlare che c’è qualcosa che può andare oltre la smania della gente che si dispera perché non può consumare come vorrebbe o rasarsi o abbellirsi come detta la legge distorta dell’estetica. La bellezza di un uomo è diventata una crema likeabomber, la bellezza della donna è diventata quella del plasticismo che, magari, fosse la corrente espressionista.
Stragi su stragi non ci hanno cambiati tutti.
Sono misera perché ho paura anche io di portare avanti la mia guerra fredda e me ne sto disarmata a spostare dalla destra alla sinistra le mie opinioni, i miei oggetti, le mie fantasie, a dirigere i miei sensi, come una mosca in un barattolo, un criceto sulla sua ruota, una cavia davanti al suo premio. Sono misera perché anche io cedo ai ricatti della mia stessa mente, del mio stesso cuore, del mio stesso sangue.
Pertini diceva che non ci può essere libertà senza giustizia. Il ricordo di questo concetto non mi fa dormire la notte, perché ribalta tutti i processi. Quante volte mi dico che tante cose non sono giuste. Quante volte durante le 24 ore.

Se non si fosse in grado di prevenire, bisognerebbe almeno essere tempestivi nel curare, ovvero avere la capacità di intervenire con una terapia incisiva prima che sia troppo tardi per recuperare il respiro dell’altro. La cura è tanto più efficace quanto più si conosce il “paziente” . Ci sono mali, generati da comportamenti tanto infantili quanto presuntuosi ed obbiettivamente antipatici, che potrebbero divenire irreversibili, che quando raggiungono un indeterminato livello soggettivo poi è impossibile uscirne. Ascoltare il campanello d’allarme è fondamentale, vale a dire captare i sintomi. Il fatto è che per rilevare questi sintomi bisogna essere sentinelle ed oggi non si ha né tempo, né voglia di diventarlo per l’altro, salvo che senza avere la certezza che l’altro sia in salute, non si possa vivere. Solo in questo caso, infatti, si ama. E si ama solo quando doni all’altro ciò che non sei e ciò che non hai. Troppo impegnativo ed eccessivamente altruistico per molti individui della specie “narciso” o “prima donna”.
Quindi nella migliore delle ipotesi ci si abitua a tutto, anche ai cronicismi del misero altro. È inevitabile così la sua dipartita, sempreché non sopraggiunga un fattore esterno scatenante a smuovere le acque della palude plastica ed insana, trasformandola magicamente in una piena d’acqua corrente che diventa inarrestabile seppure si ricorra per rimedio all’opera più ingegnosa di sbarramento artificiale. A questo punto, chi non sa prevenire e, soprattutto, chi non sa curare è destinato a perdere il “paziente” (che passerà ad una miglior vita), non per colpa di questi o a causa del fattore esterno, ma esclusivamente per propria egoistica inerzia.

Tra le parole più detestabili, per me, c’è l’avverbio “forse”, soprattutto quando utilizzato dalle personalità tipicamente approssimative e generatrici di dubbio.
Sono quelle “teste” che o non rispondono puntualmente oppure si celano dietro finti silenzi che egoisticamente definiscono di trincea.

[…] È che certe volte l’amore si vede ed altre volte, invece, si nasconde, esattamente come i raggi di questo altro sole. La sua luce, involontariamente, fa capolino tra i rami vedetta degli aceri, querce ed abeti che mi scortano ad Ovest. Sembra che sia un concetto incorporeo, del tutto astratto, quello dell’amore inteso in senso perfetto ma, confesso in tutta franchezza, che ne preferisco uno che sia soprattutto materia allo stato di plasma. Di certo, si spera che l’amore mai possa essere evanescente: offuscherebbe, specchi nei quali, solo eliminandolo, vedremmo chiaramente riflessi i nostri, di stati. Basterebbe strisciare la mano sulla sua condensa. […]

[…]Per non parlare di quel percepire profetico reciproco che inchioda il respiro e costringe il ventre a contrarsi e le costole a sollevarsi, rendendo vivace, seppure insonne, l’attendere: il senso che ti solletica gli strati, in lungo e in largo, anticipando, letteralmente, quella rigenerazione che l’incontenibile, nonché incredibile, gioia assoluta del destinarsi porta.[…]