Quando si muore non è possibile ritornare in vita. Possono essere tante le cause della dipartita e nella stragrande maggioranza dei casi si passa all’altro mondo senza poterlo decidere autonomamente. Qualcuno lo decide per te. Tralasciando i casi in cui sia Dio a volerti con sé, ci sono quelli poi in cui sei diversamente morto. Questi casi sono quelli in cui a farti morire sono le parole alle quali ho sempre attribuito valore d’arma da fuoco che uccide e farmaco miracoloso che salva.

Quando le parole sono usate come armi, spesso se ne sottovaluta l’effetto che possono produrre. Ecco allora che talvolta queste parole mirate o meno che siano con coscienza, ad organi vitali, quando colpiscono, uccidono. E quando uccidono causano la morte. E dalla morte non si può tornare in vita, perlomeno alla vita condivisa.

Tra le cose impossibili da fare, io inserisco l’azione di “contenere una gioia”, perché le gioie, per me, non sono come i dolori. Le gioie sono incontenibili. Soprattutto gioie come quella di oggi, come quella incredibile, e quindi inaspettata, di essere stata scelta ora, perché qualcuno, a prescindere da tutto e tutti, già mi ama.