Mai ho nutrito il minimo dubbio, fin da quando ero adolescente, sul fatto che gran parte della Chiesa, al contrario di Dio, discriminasse con evidenza. Avevo, tuttavia, la speranza che con il trascorrere dei tempi, e non parlo di secoli, quella stessa parte avesse il coraggio di fare un gran salto da gigante, ammettendo, con divina coerenza, che quando si predica che siamo tutti figli di Dio, quel “tutti” abbia già solo in grammatica carattere indefinito, incondizionato ed illimitato. Penso che non ci sia peccato più grave del credere che l’amore di Dio non sia onnicomprensivo e che non ci sia peccato più mortale del pensare che Egli abbia limiti, gli stessi ad esempio che si intendono imporre, intervenendo contro un disegno di legge che non dovrebbe essere avvertito come necessario se vivessimo in una società umana, ma che di fatto è sicuramente indispensabile ed urgente, dato che di Umanesimo, in questa stessa società, non c’è ancora abbastanza traccia.

[…] Arriverà il momento in cui ti sentirai finalmente ed assolutamente sicuro di procedere diritto per quella che è la tua strada senza paura di imboccarne le arterie. È come quando decidi di pedalare per goderti in tutto l’asfalto e di camminare per goderti in tutto il sentiero. È come quando non riesci a rinunciare ai torridi mezzodì, sapendo che seguiranno fresche notti stellate, perché è di entrambi che i tuoi sensi hanno bisogno;perché, in breve, tanto i raggi del sole, quanto le gocce di pioggia, sprigionano profumi inconfondibili ed evocativi di un futuro che percepisci come unico per te. […] 

La sana preoccupazione per le persone che amiamo non dovrebbe essere sempre dosata in rapporto alla loro robustezza fisica e mentale. Se amiamo una persona, siamo più attenti solo se la stessa ci sembra oppure è, per sua natura, debole? Dovremmo naturalmente esserne interessati con una presenza attiva, indipendentemente dall’evidenza che l’altro sia abbastanza adulto, sufficientemente “capace di” , adeguatamente corazzato, felicemente rassegnato e chi più ne ha più ne metta. Se il grado di preoccupazione fosse pari allo zero, io mi interrogherei appena appena un po’, non dico sulla quantità, ma almeno sulla sua qualità. Dirò una cosa ovvia, ma quando non siamo preoccupati per una persona, l’amiamo davvero? La diamo per scontata? Quella persona che “io vedo” così forte potrà esserlo per l’ennesima volta? Dietro quell’esperienza ormai acquisita e quello strato di epidermide gommoso è possibile che siano rimaste viuzze non transennate e sconosciute che conducono agli organi vitali? Quella immunità teorica, della cui dimostrabilità non ci siamo minimamente accertati, può essere apparente, può essere essa stessa una barriera difensiva?
Quello che frequentemente si sottovaluta è che molti degli individui, seppure temprati, quando non “avvistano” nelle parole o nelle azioni “segni di naturale e salutare apprensione”, potrebbero dedurne di non essere unici, indispensabili, insostituibili. Pre-occuparsi, dunque, ovvero occuparsi prima dell’altro è una sorta di prevenzione come quella che ragionevolmente si farebbe per “controllare i fattori di rischio” di una malattia e “bloccarla in tempo”. E se prevenire, per quanto sia possibile e per quanto l’evento possa dipendere da noi, una situazione critica, già dispensa amore puro, fare provvista del “rimedio” affinché al bisogno sia pronta la sua cura certa e senza effetti colletarali, lo è ancor di più.

Giustizia per Willy. Certo. Ma non basta dirlo per riuscire a sopportare. Non basta sapere che il capo di imputazione è cambiato per riuscire a digerire. Non basta constatare che la pena sarà certa per ribaltare lo stato di ciò che è accaduto ed evitare che possa succedere ancora. Davvero esiste giustizia che possa essere invocata, che sia all’altezza di commisurare la punizione adatta agli autori dell’atrocità? Né la loro morte, né la loro sofferenza, né la loro reclusione indefinita potrebbero valere quel sorriso. Anche il diavolo disconosce taluni atti, perché taluni atti, come questo, vanno al di là perfino del male. Allora resta l’angoscia profonda di come un tale crimine possa essere compiuto, di come non solo il respiro di Willy, ma anche l’esistenza stessa degli esecutori, il loro domani, possa perdere in 5 minuti di insana onnipotenza totalmente di valore. Resta il mistero di come si possa concedere alla propria testa e al proprio cuore, posto che essi ne siano dotati, la facoltà di non salvare, ma addirittura di uccidere. Non credo sia questione di caccia per fame. Non credo sia questione di essere bestie in luogo di uomini. In tal caso né l’una né l’altro ci sarebbero mai riusciti. Credo sia questione di essere “nessuno”, di essere il “niente assoluto”. E la devastazione in cui si viene catapultati da queste tragedie, non la puoi controllare neppure con tutta la giustizia che la legge assicura, sebbene sia il minimo con cui lo Stato possa intervenire, e neppure con tutta la misericordia di un Dio che perdona qualunque misfatto. Certi dolori uno se li deve solo abbracciare e stringere al petto forte, perché soltanto così puoi mantenere stretto stretto per sempre chi ti hanno portato via.

Se non si fosse in grado di prevenire, bisognerebbe almeno essere tempestivi nel curare, ovvero avere la capacità di intervenire con una terapia incisiva prima che sia troppo tardi per recuperare il respiro dell’altro. La cura è tanto più efficace quanto più si conosce il “paziente” . Ci sono mali, generati da comportamenti tanto infantili quanto presuntuosi ed obbiettivamente antipatici, che potrebbero divenire irreversibili, che quando raggiungono un indeterminato livello soggettivo poi è impossibile uscirne. Ascoltare il campanello d’allarme è fondamentale, vale a dire captare i sintomi. Il fatto è che per rilevare questi sintomi bisogna essere sentinelle ed oggi non si ha né tempo, né voglia di diventarlo per l’altro, salvo che senza avere la certezza che l’altro sia in salute, non si possa vivere. Solo in questo caso, infatti, si ama. E si ama solo quando doni all’altro ciò che non sei e ciò che non hai. Troppo impegnativo ed eccessivamente altruistico per molti individui della specie “narciso” o “prima donna”.
Quindi nella migliore delle ipotesi ci si abitua a tutto, anche ai cronicismi del misero altro. È inevitabile così la sua dipartita, sempreché non sopraggiunga un fattore esterno scatenante a smuovere le acque della palude plastica ed insana, trasformandola magicamente in una piena d’acqua corrente che diventa inarrestabile seppure si ricorra per rimedio all’opera più ingegnosa di sbarramento artificiale. A questo punto, chi non sa prevenire e, soprattutto, chi non sa curare è destinato a perdere il “paziente” (che passerà ad una miglior vita), non per colpa di questi o a causa del fattore esterno, ma esclusivamente per propria egoistica inerzia.

[…] È che certe volte l’amore si vede ed altre volte, invece, si nasconde, esattamente come i raggi di questo altro sole. La sua luce, involontariamente, fa capolino tra i rami vedetta degli aceri, querce ed abeti che mi scortano ad Ovest. Sembra che sia un concetto incorporeo, del tutto astratto, quello dell’amore inteso in senso perfetto ma, confesso in tutta franchezza, che ne preferisco uno che sia soprattutto materia allo stato di plasma. Di certo, si spera che l’amore mai possa essere evanescente: offuscherebbe, specchi nei quali, solo eliminandolo, vedremmo chiaramente riflessi i nostri, di stati. Basterebbe strisciare la mano sulla sua condensa. […]

Vivo quasi costantemente in un disordine mentale, perché come impiegata all’archivio del mio stato, non ho tanti scaffali dove schedare i miei pensieri che arrivano privi di protocollo, affollati e spinti oppure con un marchio numerato ben visibile, in solitudine e timidi. Catalogarli non sempre è azione agevole, perché quando essi mi raggiungono, quasi mai sono pronta ad accudirli, perdendone tantissimi per strada. Non ho un codice di allerta che mi avvisa della piena, del possibile nubifragio, della grandinata. Uso la perturbazione perché i miei pensieri sono quasi sempre un tuono, anche se poi non segue puntuale tempesta. Sono sprovvista d’argine e dunque faccio fatica a contenerli tutti, ma anche a ripescarli, perché quelli non abboccano più, se si sentono abbandonati. Accade poi che alcuni di loro, quelli più audaci, riaffiorino per caso e nel buio, come qualcosa di sfuggito in un sogno ed io mi piego a raccoglierli, come farei, camminando sulla riva, con la plastica, sperando che nessun pezzetto possa essere arrivato nella pancia di un essere vivente, ingenuo ed affamato. Dove vanno a finire, se esistono, i pensieri degli umani e dei disumani? Forse nelle litanie o nei bicchieri? Su altre bocche, da pelle a pelle? E se andassero di cuore in cuore? Dove vanno a finire, se ci sono, quei pensieri profondi e nascosti, che se solo non si avesse la paura di possedere, sarebbero letteratura e potrebbero, dopo il vortice ed il vertice, semplicemente cullare come padre e madre fanno, restituendoci una risposta, anche se incerta, alla domanda sul mondo dei matti. Io sono giunta a contare il mio pensiero ennesimo e sono felice che i numeri siano infiniti, come infinite sono le stelle e come infiniti sono i miei nei.