Giustizia per Willy. Certo. Ma non basta dirlo per riuscire a sopportare. Non basta sapere che il capo di imputazione è cambiato per riuscire a digerire. Non basta constatare che la pena sarà certa per ribaltare lo stato di ciò che è accaduto ed evitare che possa succedere ancora. Davvero esiste giustizia che possa essere invocata, che sia all’altezza di commisurare la punizione adatta agli autori dell’atrocità? Né la loro morte, né la loro sofferenza, né la loro reclusione indefinita potrebbero valere quel sorriso. Anche il diavolo disconosce taluni atti, perché taluni atti, come questo, vanno al di là perfino del male. Allora resta l’angoscia profonda di come un tale crimine possa essere compiuto, di come non solo il respiro di Willy, ma anche l’esistenza stessa degli esecutori, il loro domani, possa perdere in 5 minuti di insana onnipotenza totalmente di valore. Resta il mistero di come si possa concedere alla propria testa e al proprio cuore, posto che essi ne siano dotati, la facoltà di non salvare, ma addirittura di uccidere. Non credo sia questione di caccia per fame. Non credo sia questione di essere bestie in luogo di uomini. In tal caso né l’una né l’altro ci sarebbero mai riusciti. Credo sia questione di essere “nessuno”, di essere il “niente assoluto”. E la devastazione in cui si viene catapultati da queste tragedie, non la puoi controllare neppure con tutta la giustizia che la legge assicura, sebbene sia il minimo con cui lo Stato possa intervenire, e neppure con tutta la misericordia di un Dio che perdona qualunque misfatto. Certi dolori uno se li deve solo abbracciare e stringere al petto forte, perché soltanto così puoi mantenere stretto stretto per sempre chi ti hanno portato via.

Se non si fosse in grado di prevenire, bisognerebbe almeno essere tempestivi nel curare, ovvero avere la capacità di intervenire con una terapia incisiva prima che sia troppo tardi per recuperare il respiro dell’altro. La cura è tanto più efficace quanto più si conosce il “paziente” . Ci sono mali, generati da comportamenti tanto infantili quanto presuntuosi ed obbiettivamente antipatici, che potrebbero divenire irreversibili, che quando raggiungono un indeterminato livello soggettivo poi è impossibile uscirne. Ascoltare il campanello d’allarme è fondamentale, vale a dire captare i sintomi. Il fatto è che per rilevare questi sintomi bisogna essere sentinelle ed oggi non si ha né tempo, né voglia di diventarlo per l’altro, salvo che senza avere la certezza che l’altro sia in salute, non si possa vivere. Solo in questo caso, infatti, si ama. E si ama solo quando doni all’altro ciò che non sei e ciò che non hai. Troppo impegnativo ed eccessivamente altruistico per molti individui della specie “narciso” o “prima donna”.
Quindi nella migliore delle ipotesi ci si abitua a tutto, anche ai cronicismi del misero altro. È inevitabile così la sua dipartita, sempreché non sopraggiunga un fattore esterno scatenante a smuovere le acque della palude plastica ed insana, trasformandola magicamente in una piena d’acqua corrente che diventa inarrestabile seppure si ricorra per rimedio all’opera più ingegnosa di sbarramento artificiale. A questo punto, chi non sa prevenire e, soprattutto, chi non sa curare è destinato a perdere il “paziente” (che passerà ad una miglior vita), non per colpa di questi o a causa del fattore esterno, ma esclusivamente per propria egoistica inerzia.

[…] È che certe volte l’amore si vede ed altre volte, invece, si nasconde, esattamente come i raggi di questo altro sole. La sua luce, involontariamente, fa capolino tra i rami vedetta degli aceri, querce ed abeti che mi scortano ad Ovest. Sembra che sia un concetto incorporeo, del tutto astratto, quello dell’amore inteso in senso perfetto ma, confesso in tutta franchezza, che ne preferisco uno che sia soprattutto materia allo stato di plasma. Di certo, si spera che l’amore mai possa essere evanescente: offuscherebbe, specchi nei quali, solo eliminandolo, vedremmo chiaramente riflessi i nostri, di stati. Basterebbe strisciare la mano sulla sua condensa. […]

Vivo quasi costantemente in un disordine mentale, perché come impiegata all’archivio del mio stato, non ho tanti scaffali dove schedare i miei pensieri che arrivano privi di protocollo, affollati e spinti oppure con un marchio numerato ben visibile, in solitudine e timidi. Catalogarli non sempre è azione agevole, perché quando essi mi raggiungono, quasi mai sono pronta ad accudirli, perdendone tantissimi per strada. Non ho un codice di allerta che mi avvisa della piena, del possibile nubifragio, della grandinata. Uso la perturbazione perché i miei pensieri sono quasi sempre un tuono, anche se poi non segue puntuale tempesta. Sono sprovvista d’argine e dunque faccio fatica a contenerli tutti, ma anche a ripescarli, perché quelli non abboccano più, se si sentono abbandonati. Accade poi che alcuni di loro, quelli più audaci, riaffiorino per caso e nel buio, come qualcosa di sfuggito in un sogno ed io mi piego a raccoglierli, come farei, camminando sulla riva, con la plastica, sperando che nessun pezzetto possa essere arrivato nella pancia di un essere vivente, ingenuo ed affamato. Dove vanno a finire, se esistono, i pensieri degli umani e dei disumani? Forse nelle litanie o nei bicchieri? Su altre bocche, da pelle a pelle? E se andassero di cuore in cuore? Dove vanno a finire, se ci sono, quei pensieri profondi e nascosti, che se solo non si avesse la paura di possedere, sarebbero letteratura e potrebbero, dopo il vortice ed il vertice, semplicemente cullare come padre e madre fanno, restituendoci una risposta, anche se incerta, alla domanda sul mondo dei matti. Io sono giunta a contare il mio pensiero ennesimo e sono felice che i numeri siano infiniti, come infinite sono le stelle e come infiniti sono i miei nei.

I colori e le forme non sempre determinano in maniera inequivocabile l’identità delle cose che esistono. Nascosto in un oggetto che di fatto materialmente è, si può trovare ciò che diremmo non essere evidente. Questo è un gioco che spesso i miei occhi iniziano a condurre prima che io riesca a fermare l’immagine. Poi elaboro, cercando di avvicinarmi il più possibile alla percezione avuta, come ad esempio mi è successo nel caso degli attori che seguono sotto e sopra questa condivisione: goccioline minuscole che possono interpretare il manto di una specie felina e il petalo di un essere non più vivente, che interpreta magistralmente la cometa 2020 F8. Quello della vista è un senso che non può fermarsi all’atto del guardare, ma deve penetrare in una visione densa di altro contenuto, perché le cose non devono tristemente essere solo consumate, ma vissute e magicamente riscoperte.