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Mentre ordino le mie fotografie che mi serviranno a non raffreddare i ricordi, penso che a differenza degli uomini, le terre che si calpestano, con il loro corredo, accolgono senza eccezione, speranzose di ospitare rispetto. Il rispetto del viaggiatore. L’occasione in cui vale la pena di specchiarsi e, al limite fotografarsi, coincide con la fine di ogni esplorazione, perché dai tratti del volto tutto si scorge, compreso il cambiamento che un luogo vissuto consapevolmente dovrebbe indurre, insieme alle persone che si incontrano, ai sapori che si masticano, ai profumi che si inspirano, agli accenti che si percepiscono.
Il risultato di una settimana nel Cilento è stata la conferma che nel contrasto si scopre l’unione compiuta. Il mare unito alla montagna, la sabbia ai ciottoli, il bianco al nero, l’urlo al silenzio, il pianto al sorriso, il salto al passo e così via (o sia, mi risponderebbe qualcuno). I luoghi veri, molto lontani dai “pacchetti” che sono pure indispensabili per il lavaggio della nostra mente e che, quindi, è necessario, ogni tanto scartare, chiedono cammino, curiosità, adattamento, uno spirito, insomma, che, in questi casi, non desidera né trucco, né tacco, ma solo arti e sensi. Ciò che resta è pura esperienza. È vero che non ci si rilassa mai abbastanza, ma ci si arricchisce di qualcosa che né già si possiede, né è possibile acquistare. La ricompensa è certamente sempre maggiore di ciò che si è speso.

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Soltanto se restano da soli, gli articoli non hanno significato. Ne sottovaluto o, perfino, smarrisco il peso.

Un caso è, forse, il caso?

Un amore è, forse, l’amore?

Una strada è, forse, la strada?

Sembrerebbe un gioco troppo elementare, perchè ogni cosa assuma una grandezza assoluta, ma succede che, con esso, la realtà muta, diventando un discorso che la lingua percepisce in un numero infinito di sapori.
La parola non muore con la pronuncia della sua ultima lettera: resta incastrata dentro, lasciando che il primo strato dell’epidermide bruci esattamente in quel punto e di qualche millimetro intorno; o inietta estasi, annunciando atti prima ancora che il tutto sia versato nella memoria del tatto. E’ vero che parlare è come toccare.
La parola, in definitiva, è sempre un passo, come il petalo da ricucire al quarto, quando vuoi che “ti amo” non resti unicamente l’inizio di una ingenua cantilena.

 

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13516468_797929310343208_650740210546912332_nIn giorni come questo in cui in un’altra terra il diavolo gode e la paura di alcuni uomini corre sulla loro pelle e mi raggiunge senza dare via di scampo, non so bene cosa scrivo. Penso ad una serie un po’ banale dal titolo “Grammatica drammatica” che potrebbe iniziare con il capitolo “Essere una parentesi.”
Una parentesi, aperta o chiusa che sia, ha sempre bisogno di un’altra parentesi identica e opposta, per essere utile. Concave l’una contro l’altra, le parentesi stanno insieme, separate sempre da un contenuto che abbracciano e seppure esso le allontani, non le fa sentire vuote, anche quando dovessero racchiudere puntini di sospensione al fine di “omettere”.
In questo caso, è vero, la Grammatica è drammatica. Tuttavia se la parentesi solitaria non serve e non la si utilizza appoggiata convessa alle spalle di un’altra, dico che, nel frattempo, essa può sempre dondolare.
Allora…sorridete parentesi… perché è il punto lo sfigato.